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Lettere a Gattinara on line
Vecchie storie in montagna n. 4
Oggetto
Domenica 5 Agosto 2018
Data
Ennio Bertona
Mittente
Non dimentichiamo le fatiche degli avi
(fatte per il corpo e per lo spirito)

Antiche fatiche dimenticate? Pensieri che nascono dai giri in montagna, sì... ma inizio con una lunga digressione che sembrerebbe fuori tema; abbiate pazienza, poi apparirà sensata e collegata al resto.

Quando avevo tre anni, dovevo già andare in chiesa con i miei, non potevo starmene a casa, non parliamo di altre possibilità, poi. Ricordo che in un giorno di agosto si saliva, di sera, a San Bernardo per la sua ricorrenza, ... guai mancare, e non lo dico con contrarietà, perché oggi provo nostalgia di ciò che ormai è irripetibile. Era un appuntamento di quelli da cui non si può scappare. Ci andava anche chi non pregava. Erano tempi ancora duri, solo 9 anni dopo la guerra, i cui danni e perdite erano ancora vivi nelle persone e qua e là ancora visibili nella materia, un periodo non ancora dimenticato. In quei tempi anche il miscredente che mandava il prevosto a quel paese, poi andava ad aiutarlo, se bisognava. Erano tempi alla 'Peppone e Don Camillo' un po' ovunque, più di quanto non si pensi o si voglia ammettere oggi.
Ma io avevo tre anni, e non capivo, subivo e soffrivo: non ero certo un adulto abituato alla pazienza della fatica e allo scorrere del tempo, dopo quindici minuti di immobilità in piedi ascoltando i suoni della messa per me, allora, incomprensibili e senza nemmeno una buona visuale, non ne potevo più. Mi si imponeva di essere come i grandi e di sopportare lunghe omelie e tanti canti, o il borbottare corale delle donne che recitavano ad orecchip le preghiere in latino senza capirle nemmeno loro, spesso deformandole. "Et Ipse rèdimet Israël" recita il verso finale del De Profundis, ma tutte le donne vociavano uno strano " e tizzere me tizzere..." che mi è rimasto scolpito in memoria, anzi ricordo che alla scuola media, durante l'ora di religione, Don Luigi Leto (nel 1963 ca, molti lo ricorderanno, con Don Carlo e Mons. Francese) proprio sull'esempio di quel verso così storpiato ci esortava a studiare il latino, almeno quel poco bastante per avere coscienza delle parole giuste.

Ma il vero guaio, per me, consisteva nel fatto che alle funzioni si arrivava sempre al limite, anzi in ritardo, tutto era già cominciato, come si usava se invitati a casa d'altri, per un frainteso senso dell'educazione, nato chissà quando e dove, secondo il quale arrivare un po' in ritardo era meglio.
Ma in chiesa no, eppure... la fine era sempre quella, non per negligenza ma perché a casa, circondati da povertà, bisognava sempre fare qualche lavoro prima di poter uscire, anche per la messa. E così per noi non c'era più alcun posto a sedere, e a San Bernardo in agosto c'erano anche il caldo e le zanzare. Ricordo benissimo ancora oggi che soffrivo, che ero in piedi vicino all'uscita, la mia testa all'altezza della metà del corpo dei grandi... una costrizione noiosa, incomprensibile, ma anche una posizione quasi letale! E guai a lamentarsi! Era così per tutti, dovevamo accettare le regole degli adulti ancor prima di capirle e prima di avere un minimo di forza fisica per applicarle. Ora ci spiegano che può essere un errore pedagogico, allora era un semplice anticipo di allenamento alla vita.

La nuova chiesa di S Bernardo non esisteva, sto infatti parlando della vecchia chiesetta di San Bernardo, allora agibile ma chiusa dopo il 1960, che infine crollò nel 2004, dopo una notte di bufera violenta. Anno dopo anno il tetto si indebolì, le infiltrazioni presero il sopravvento, nei tanti anni passati non ci furono risorse e iniziative per salvarla. Era piccola... decentrata... fu abbandonata.
Quella stessa mattina del 2004, appena informato del crollo, fu come se mi svegliassi di soprassalto da 50 anni di sonno, tanti ne erano passati dalla Messa d'agosto di cui raccontavo all'inizio. Andai a fotografare qualcosa che non c'era più, stavo fotografando il ricordo, più che le rovine.
La natura consuma i nostri manufatti, proprio come fa la terra con i morti.
Quel mattino si fermò qualcuno che disse che era un peccato, ma anche una persona che con astio convinto maledisse il vento perché non aveva finito l'opera, perché non aveva buttato giù tutto, perché "quelle vecchie cose lì era meglio raderle al suolo".
Così il tradimento fu totale, quel mattino; la chiesetta della mia infanzia ebbe la sua passione definitiva, una croce tutta sua e fatale, ed ebbe anche il centurione che le trafisse il cuore con la lancia, la ferita ultima e definitiva delle parole dure e insensibili.
La chiesetta subì negligente dimenticanza, compresa la mia; per anni, passandole davanti, l'abbiamo osservata fugacemente ...e via. Poi arriva il disastro, ed è troppo tardi.
Il disastro è sempre un pezzo di presente con una nuova ferita che il passato non aveva, la nuova perdita di qualcosa, di cose o, peggio, persone per le quali il domani non verrà, in quanto ha cessato di esistere già un attimo prima di "oggi".

Il lungo prologo è finito, eccomi a formulare il tema, ad aprire la porta del ricordo dei sacrifici, fatiche e lavoro delle passate generazioni.

Ovunque.

Da un po' di tempo sento diversamente i miei rapporti con tutto ciò che mi circonda, quindi voglio difendere quel po' di nostalgia che si crea constatando che oggi noi non rendiamo né onore né ricordo al sacrificio di tanti nostri avi.
Non parlerò di persone ma solo di costruzioni, che sono le tracce delle persone.

Per cominciare, le tante baite di media e alta montagna che vanno in rovina.
Lo so, la realtà di tutti i giorni è chiara: le case vecchie si abbattono, anche.
E se accade in città figuriamoci tra boschi e pietre.
Questo realismo però non cancella i miei pensieri, siano essi pure fuori tempo e lontani dal comune sentire, né puo' diminuire la commozione che essi m'infondono. Quando l'uomo di oggi, semplicemente, trascura o butta via materia e culture formatesi in secoli, cose che nel passato hanno richiesto e consumato intere vite per esistere, cose in cui si credeva ... mi commuovo.
Rivendico tale tristezza come un mio diritto, sia pure infinitamente inutile, come un prezioso privilegio del sentimento, sia pur inservibile. Commozione e ricordo sono inutili al pragmatismo attuale, ma necessari alla vita. Alla mia, almeno. E' il mio piccolo diritto di essere commosso quando sfioro il passato, spesso nei posti più sperduti in montagna, e ne accarezzo le presenze, che le rovine rendono quasi metafisiche suggestioni degli spazi circostanti.

Per restare a Gattinara, chi si ricorda di San Rocco? La chiesetta di San Rocco fu costruita per dominare Gattinara dalla collina per secoli, negli intenti, almeno, e ricordo che alcuni Scout nel 1965 ca. mi raccontarono di aver fatto qualche piccolo rattoppo e di aver rinfrescato una scritta sul frontale: "estote parati", siate pronti. Spero che il ricordo sia giusto. San Rocco terminò il suo futuro di colpo, con la marcescenza del tetto e il crollo, credo attorno al '70.
Era una delle tante opere lentamente, faticosamente create da passate generazioni che credevano nei loro progetti e nelle conseguenti fatiche per realizzarli, pensando di lasciare cose utili e preziose anche per noi.

Ed è impressionante soprattutto quanto è stato fatto in zone ben più impervie, senza strade per mezzi a motore, o quando i motori non c'erano, in montagna. Nei miei giri, ovunque realizzo che, con fatiche fisiche oggi non replicabili, furono costruite migliaia di case, baite, stalle ecc, su per coste e monti, da qui al Monte Rosa (ovviamente succede in tutto il resto d'Italia e oltre...), costruite in epoche dove si viveva, lavorava, zappava e allevava bestiame in posti dove adesso c'è solo bosco e qualche rudere. Dove oggi non si faticherebbe più così tanto per raccogliere così poco, cioè senza un obiettivo di guadagno.
E mi commuovo.
Mi capita poi di vedere alcune costruzioni con crepe che sanno di condanna, ripassare dopo anni e trovare la conferma delle mie previsioni, solo pochi ruderi che confermano il solito piccolo disastro, quel crollo e quello scomparire che nessuno avverte perché troppo piccolo, lento e lontano, piccolo disastro al quale si concede solo un'etichetta di marginale insignificanza. Che nessuno ricorderà.
E mi commuovo.

Mi fermo allora un attimo in quei pressi, per sedermi, appoggiare una mano ad una pietra e talvolta chiudo gli occhi. Così mi sembra di viaggiare indietro nel tempo, quasi di vedere le scene di vita di chi, lì, ci stava diversi mesi all'anno, di chi credeva che valesse la pena di viverci, perché lì trovava una soluzione, di lavoro e sussistenza, che ai tempi era ritenuta sufficientemente valida, anzi naturale e non contestabile, e quindi lì costruiva. Era giusto farlo secondo un credo comune, non solo personale. Era una regola diffusa.
Chiudo gli occhi e quasi sento la presenza di chi, cento o più anni fa, sollevò e modellò quella pietra, per costruire... a volte grandi case e a volte solo dei ripari per dormire all'addiaccio.
Sono tutte testimonianze di qualcuno che lì progettava vita e futuro, nel peggiore dei casi approntava un semplice muro di riparo occasionale, più spesso case rustiche, baite. Che servissero allo scopo almeno per pochi mesi all'anno ma per un lungo futuro. Quindi, quelle genti, tanto tempo fa, vi riversarono fatica e tenacia. "Forse mio figlio verrà qui anche lui, e mio nipote?"
Erano, sono, luoghi lontani e impervi, da raggiungere solo a piedi. Oggi, in certe boscaglie a 800-1000 m di quota, trovo dei piccoli paesi, anzi i pochi resti di essi. La costa che scende dal Bec d'Ovaga verso Foresto ne è piena. Ma anche da Doccio al Tovo, o in qualche costa delle nostre colline, o verso il Fenera, e via via su in montagna, in tanti posti fino ai 2000m e oltre.

Ma c'è ancora un passaggio in più da considerare: il bisogno di costruire una chiesa. Ciò andava al di là dell'esigenza materiale di avere un riparo, una casa per viverci, e le stalle per le bestie; la chiesetta era il bisogno concreto di un rifugio oltre il concreto. Non per mangiare ma per nutrire qualche mistero di sé e in sé.
Un bisogno imprescindibile per quei cuori a volte duri e rozzi ma semplici e sempre in qualche modo rivolti al divino. Anche se la grandine, una frana o una perdita li aveva fatti bestemmiare il giorno prima. Oltre a credere in un progetto di vita e lavoro, costruire una chiesetta significava aggiungere del "di più", con molta fatica e sacrificio collettivi, per creare qualcosa che non 'dava da mangiare'.
Costruire chiesette, o anche piccole cappelle, talvolta molte in fila lungo un cammino, talvolta, veri piccoli santuari, non quelli sulla strada dove ci vai in auto, ma quelli che ti chiedono di camminare un po', un bel po' per arrivarci, era un bisogno del loro presente e un progetto di eredità per le generazioni a seguire.
Quando passo in tali siti comincio un viaggio mentale, immagino come poteva essere secoli fa... niente percorsi con segnaletica CAI, niente sterrate, solo sentieri, niente motori, solo scarpe e zoccoli.
Oggi ci arrivi dopo aver fatto una piacevole escursione, soddisfatto di sentire le membra un po' affaticate, ma due secoli fa ci arrivavano per lavorare, e dopo aver lavorato, ci ritornavano per costruire il di più, una cappella o una chiesetta, quella cosa che non "dava da mangiare".

Mi immagino famiglie, anzi intere comunità, che non si sottraevano al progetto e si autotassavano di tempo e fatica per mesi, portando pietre come formiche, pietre come preghiere, per scelta e non per schiavitù. Poi bisognava tagliare legna, lavorare tronchi ed assi, accumulare mura e tetti. E poi ancora, l'interno, gli affreschi che il più in gamba a dipingere era chiamato ad eseguire. Talvolta era uno che veniva da fuori. La chiesetta era povera ma doveva essere bella.
Solivo, Boccioleto, decine di frazioni di Rossa, da Madonna del Sasso a Giavinelle, da Piana a Rainero, poi Alpe Seccio, Alpe Gallina di Scopello, Argnaccia di Campertogno, Otro, Frasso... stop, riempirei molte pagine solo di nomi.

Poi cambiarono i tempi, dominò il richiamo di una nuova vita dettata dal denaro come metro ed obiettivo dell'essere. O semplicemente come male-bene necessario. Talvolta, però, come ossessione e modello unico. Così tutti hanno mutato abitudini. Non giudico né condanno, siamo tutti parte del nuovo modus, ma il nuovo stile di vita potrebbe ugualmente, e aggiungo "almeno", conservare l'abitudine del rispetto e del ricordo dell'antico... e manifestarla, ogni tanto. Invece non succede, salvo poche volte. Troppo poche.

Gruppi di baite in posizioni buone e interessanti hanno visto restauri spesso ricchi, eleganti e talvolta anche speculativi, ma così almeno i progetti degli avi sono conservati. Tantissimi altri sono purtroppo dimenticati e in rovina. Chi va su, oggi, per le coste del Tovo di Quarona a restaurare la casa o la stalla costruita dai bis-bis nonni dove c'erano pascoli ed oggi boscaglie selvagge? Nessuno. Quando mi fermo davanti a queste mura condannate sento nell'aria, pesante e concreto come le pietre che tocco, il tradimento forzato, cioè involontario, o causato da cruda necessità, sia del ricordo che dell'antica fatica, il disimpegno da ciò per cui non si ha né tempo né voglia né, soprattutto, soldi.
Oggi chi abbandonerebbe per mesi la propria vita in paese (il lavoro, quando c'è !), per dedicarsi, solo o con altri, a restaurare ciò che cade? Se cade, amen. Non giudico, ripeto, ne prendo atto... ma pensando a ciò che animava quelle antiche anime durante una vita incomparabilmente più povera e scomoda della nostra attuale...
mi commuovo!
E' chiaro, il proprietario di oggi, il pro-pro-nipote che ha ereditato quelle "cose" dal bis-bis-nonno non ne vuole sapere, soprattutto se il loro valore è minimo in rapporto al costo, eccetera... non ha soldi da spendere lì, a causa di una vita attuale totalmente diversa sia negli scopi che nelle disponibilità. Oggi gira così, vale per tutti, ma ciò non toglie che mi sia amaro constatarlo.
Quindi mi commuovo.
Sempre.

Ritengo doveroso rallentare, anche fermarmi, ed è tutto qui quello che voglio comunicare: un invito a pensare a chi secoli fa si prodigò perché costruire "quelle cose" era un progetto che riteneva giusto e, seppur con ingenuità, con un futuro indefinito, qualcosa che sarebbe durato e che sarebbe stato difeso e portato avanti da nipoti ed oltre nel tempo. Se girate per montagna medio-bassa (800-1500) farete spesso questi incontri. Quando ne constatate l'abbandono, fermatevi, toccate un muro e chiudete gli occhi. Lasciatevi invadere dalle suggestioni, non fanno male alla salute, anzi. Non sia solo una solita, tradizionale escursione, per un breve attimo lasciate che diventi il donare un istante di pensiero alle epoche passate; non fa male, anzi.

Tra le località fortunate che hanno ricevuto coccole e valorizzazione, i gruppi di baite e relative chiesette in Valsesia, come Otro, Frasso, La Res di Fobello, Alpe Gallina di Scopello, Argnacce di Campertogno, poi da Mera all'alpe Pizzo, o in Val Gronda e Sorba, Alpe Campo al Capio e Alpe Campo sotto Alpe Sattal, poi il paesino del Seccio, Erbareti e Salaro di Sabbia e innumerevoli alpeggi ancora utilizzati, molti anche nel biellese, tutti méta di escursioni e scatti di foto, alcuni, ormai, già serviti da strade.
Da parte mia faccio molte escursioni non solo ai bei posti dove si fanno belle foto, ma spesso mi butto ad esplorare valli e montagne sconosciute, a cercare passaggi senza sentieri segnati,... ed lì che mi capitano certi incontri, è soprattutto lì che mi commuovo sempre un attimo. Tocco una pietra e chiudo gli occhi, a volte prego per chi non so, ma sento che devo farlo, lì sento che qualcuno mi ascolta ancora.
Un moto di tenerezza per chi non sai !

In qualche baita aperta e mezza diroccata trovo anche manufatti legati alla vita reale, povera ma non occasionale, anzi, in passato, ben radicata in quei posti e PER TUTTO L'ANNO: per esempio, le forme di legno su cui cucire le scarpe, di cuoio duro, per andare nei pascoli. Forme di legno ormai tarlato, due misure piccole per bambini a due coppie per le scarpe di papà e mamma, lasciate lì da decenni. Vicino la foto di un giovane militare, incorniciata e con il vetro rotto. Poi vecchie foto di famiglia ed amici una volta lì a fare una scampagnata, la cornice corrosa, la foto macchiata da insetti o muffe, abbandonata in un posto dove nessuno più vive dal 1960... perché non le hanno portate a casa? Non significano nulla per nessuno?
Che tristezza, così sembra proprio che, non appena togli il disturbo dal pianeta, tu cessi di esistere anche come ricordo.

Questo racconto è semplicemente nato per contrastare questa abitudine alla dimenticanza.

Fine.

Ennio Bertona, vecchie storie in montagna n. 4

P.S. - Nel 1975, verificati i danni che la chiesetta di S Bernardo stava già subendo, si fece in tempo a "strappare" l'affresco principale, che fu composto e restaurato, ed oggi dimora presso quel piccolo gioiello che è il Museo Borgogna di Vercelli. Una parte è rimasta nella nostra chiesa nuova di San Bernardo. Solo con il computer posso vederle insieme...
Quando avevo tre anni era tutto intero, c'era sicuramente, a San Bernardo, dove c'ero anch'io, ma non lo ricordo, perché ero alto solo la metà di un uomo.

Allego un piccolo gruppo di foto di esempi di ciò che accade qua e là.

1, Lago e Alpeggi Lamaccia, alta val Sorba sotto il M. Tre Vescovi. Di fianco al lago si era formato un piccolo paese (per la stagione estiva dei pastori, a 1900 di quota...) di cui resta ben poco, ma la trama del villaggio è evidente.

2, 3, 4, 5, Alpe Balmone, quota 2177, salendo al Bo Biellese. L'avevo vista in piedi, ancora nel 1980, poi ha ceduto.

6, Alpe Amburnero di sopra, via per il Bric Paglie alla Colma di Mombarone, a quota 1540, una posizione magnifica ma... non ci arriva la strada e i tetti cadono!

7, 8, Alpi La Bassa sup., sulle coste di Cima delle Guardie, Val Sessera; da lontano sembrano un presepe, tutte in fila, ma per metà sono diroccate e abbandonate, eppure a soli 20 min di cammino dalle villette della sottostante Artignaga, a cui si arriva in auto dal Bocchetto Sessera.

9, 10, sul versante opposto, quello biellese in valle Cervo, ecco Tegge del Campo, ancora in uso e con interni fruibili, qui la mia commozione è stata positiva, sentivo la vita aggirarsi concreta tra la stufa e il tavolo.

11, Alpe Scotto, 1520 m ca. sopra Scopello, una casa crollata con ancora l'armadio a muro e le bottiglie incastonate in un pezzo di parete, foto del 2008...

12, 13 Alpe Fenera, tra la Colma e la cima, un paesino costruito e reso attivo dai minatori che lì operarono fino alla 2a guerra, poi distrutto da un incendio. C'erano il forno comune, per fare il pane, e, immancabile, la cappella.

14, 15, Alpe Solivo Martino, quota 1178, sul sentiero tra S Bernardo da Mentone (strada Doccio -Tovo) e il M.Luotto. Casa condannata, nel 2016 era ancora così, ma non sarà per molto.

16, Alpe Tereggia, scendendo dal Bec d'Ovaga sulla costa sud, poi per i boschi verso Locarno, quota 920; qui c'erano diverse costruzioni, ormai completamente diroccate.

17, sul costone che separa il lago della Seia dalla val Sorba c'è questo riparo, forse per notti all'addiaccio, uno spazio di 2,5 x 1,5 m, altezza muro (a secco e con buchi...) ca 1m e 40, a quota ca. 2200m!!! Quando vi ho appoggiato le mani, queste poche pietre mi han fatto chiudere gli occhi più a lungo che in ogni altro dove, immaginando chi e perché le avesse disposte e il disagio di dover stare lì dentro, forse felice in una notte stellata di agosto, ma se tuonava, allora giù di corsa all'alpeggio 20 minuti sotto.

18, 19, 20, 21, Moglia, sentiero da Doccio verso Giarole di Fei (poco freq.), due casette in fila, nella foto un crollo imminente, avvenuto poi nel 2016.

22, 23, Alpe Piamatea, 600 m ca, com'era prima e dopo il crollo, avvenuto attorno al 2009, su uno dei tanti sentieri da Doccio verso il Tovo (salendo per Alpe Ciliasco poi a ds per il sentiero che va su per le coste).

24, scendendo dalla Pietra Groana verso Serravalle per cresta est, si sfiorano alcune piccole costruzioni, ancora in piedi perché piccole, ma molto rovinate. Lì, ho sentito irrompere in me l'immaginazione di una scena probabile: chi le costruì, non solo come base per lavoro (lì prima c'erano le vigne?), poi forse ci stava anche per un momento di relax, di pace, mentre il caminetto bruciava un ceppo, per godersi un attimo nel guardare la valle e bere un sorso, per regalarsi una piccola vacanza prima di scendere al paese. O forse è solo ciò che io preferisco immaginare.

25, La Chiesetta di San Bernardo com'era nel 1930 (e fino al 1960 ca.)
26, il crollo del 2004

27, la parte di affresco salvato nel 1975 e attualmente visibile al museo Borgogna di Vercelli
28, la parte di affresco conservata nella nuova chiesa di S Bernardo, in fondo dopo l'altare
29, assemblaggio virtuale su PC, cosa che nella realtà enti sacri e profani faranno molta fatica a realizzare, credo, e per molto tempo ancora.

30, la vecchia Dionisia su per le nostre coste. Un tempo serviva, c'erano l'angolo del camino, mensole, porte e finestre... ora restano poche mura sull'affiorante blocco di porfido.

31, 32, Sorzano, parco del Fenera, gli unici due vecchi 'taragn' col tetto di paglia esistenti, con i segni della mancata manutenzione. Ricordo di averne visti altri, negli anni '70, vicino alla Colma di Fenera e al 'Rattarun' (Val Sessera dopo il Piancone su per la valle Confienza) ma, assurdo, non li avevo fotografati.

33, 34, 35, vecchie foto abbandonate insieme alle cornici, e le forme per le scarpe, cascina di Sorzano, Fenera. Qualcuno ci viene ancora, qua e là c'è qualche segno di piccola manutenzione, giusto un po' di calcestruzzo, segni di occasionali soste per uno spuntino, ma ricordi e manufatti degli avi non significano più nulla e restano qui., comprese le foto incorniciate.

Alla prossima idea, alla prossima commozione...

Ennio Bertona
Commenti: 6 - >Scrivi un commento
Giancarlo Zilio
Tanto di cappello e mille grazie, Ennio, per un articolo toccante il cui messaggio condivido in pieno.
Solo una distrazione hai fatto, quando hai scritto San Rocco al posto di San Grato.
Quella dell’abbattimento della chiesa di San Rocco e la riduzione dell’un tempo deliziosa Piazza Castello in parcheggio stretto fra un condominio e un catafalco in cemento armato, è un’altra storia di indifferenza verso la Storia e la Bellezza. Ma magari ce la racconteremo - sigh sigh compreso - un’altra volta.
05-08-2018 09:58:42
Ennio Bertona
Ma sì, è San Grato, non Rocco.
Non me ne capacito!
Più che distrazione direi Black out! !!
Ho iniziato per sbaglio a scrivere Rocco poi non ci ho più pensato.
E dire che ci son tornato lo scorso autunno, c'è tanto di pannello illustrativo, c'è scritto San Grato, ma nulla mi ha attivato un allarme in testa.
Chiedo scusa a tutti.
Ennio
05-08-2018 10:22:52
maria bosso
La chiesetta, in collina, restaurata dagli Scout negli anni '60 era quella di San Grato.
Mio marito ricorda di aver partecipato anche lui, da giovane, a lavori di restauro della stessa chiesetta, con alcuni amici, tra i quali c'era anche Pier Luigi Delbosco.
Ai tempi, San Grato era ancora abbastanza in buono stato, infatti fu tutta ridipinta all'interno.
Secoli fa!...........
Grazie per la bellissima riflessione!
Maria Bosso.
05-08-2018 10:34:14
Ennio Bertona
P S
Quando ero piccolo mi pare che San Rocco in piazza Castello fosse già inagibile, o è stata chiusa al massimo verso il 65,
Ricordo invece la fontana centrale circondata da un muretto, una corsa intorno prima di entrare a scuola o appena usciti era d'obbligo.
Ma ad un certo punto... piazza pulita!
Cercherò vecchie foto
Saluti
Ennio
05-08-2018 10:37:26
Glauco Guaitoli
Ciao Ennio,
condivido con te molti dei ricordi che hai menzionato: l'antica Chiesa di San Bernardo, in cui anch'io venivo condotto per le funzioni religiose.
E Piazza Castello con la fontana (che non ricordo di aver mai visto zampillare) nei cui ristagni d'acqua che si raccoglievano alla sua base andavamo a "scivolare", quando si raggelava durante l'inverno.
I ruderi della Chiesa di San Rocco erano ancora in piedi quando cominciai a frequentare la scuola elementare, il cui accesso avveniva dall'ingresso - ora murato - che si affacciava direttamente sulla piazza, anzichè tramite la costruzione sorta sul luogo in cui la chiesa era edificata.

Ma più che altro, dalle parole del tuo racconto mi viene da meditare sulla breve durata di queste memorie, se rapportate alla scala dei tempi del pianeta su cui viviamo.
Il genere umano confronta e commisura ogni cosa in rapporto alla sua grandezza ed ai suoi tempi e ritmi: ma tutto ciò di cui abbiamo memoria (o abbiamo appreso dai libri di storia) è appena un battito di ciglia, se paragonato ai tempi geologici ed evolutivi planetari.
Un giorno (per noi, lontano: ma quasi irrilevante per la scala temporale della Terra) non esisterà più memoria di nulla, perchè probabilmente non esisterà più nessuno per ricordare, dopo l'estinzione del genere umano.

E allora, teniamoci cari questi ricordi: sono nostri, sono un patrimonio comune, ma non è destinato a durare in eterno...
06-08-2018 12:58:11
Ennio Bertona
Eh sì, i ricordi sono parte della nostra vita.
Poi ....puff, dissoluzione.
Restano a formare la Storia solo i grandi eventi, anche i peggiori, 6 agosto docet...
Ma le nostre piccole cose risvegliano un angolo di mente di chi c'era, e tanto basta per tenerli vivi. Tu mi hai ricordato che d'inverno facevamo le scivolate dentro la fontana, e io me l'ero scordato.
Quando nessuno di chi c'era sarà più, forse qualcuno leggerà e racconterà a un bimbo qualcuna di queste storie minuscole, un ricordo non suo ma che apprezzerà come racconto, il bimbo alla fine dirà " mi piaccion le storie, raccontane altre"
(Guccini Francesco, "il vecchio e il bambino")
Però, piace leggere del 'tampaston dal scinc', o le memorie racchiuse nei libri del mai abbastanza apprezzato Arturo Gibellino. Ecco il valore di scrivere, per chissà chi e chissà quando, qualche memoria.
Non chiediamoci se e quanto ci sopravviverà, ma facciamolo, è cosa preziosa che fanno in pochi.
Ciao e grazie
06-08-2018 18:21:30
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